PEDAGOGIA DELLA SCENA

PEDAGOGIA DELLA SCENA

CORSO TRIENNALE DI FORMAZIONE DEI FORMATORI TEATRALI 2010-2012

diretto da Anatolij Vasiliev

coordinamento scientifico di Maurizio Schmidt

con la collaborazione di Cristina Palumbo

 

 

FINALITÀ: finalità didattica formazione dei formatori nell’ambito teatrale della recitazione e della regia.

CRITERI DI AMMISSIONE:il progetto si rivolge a insegnanti di teatro, registi e attori di provenienza nazionale e internazionale con una particolare vocazione pedagogica; non esistono ragioni di esclusione a priori, ma è richiesta una comprovata esperienza teatrale; per una parte dei posti disponibili, avranno titolo preferenziale le candidature inoltrate da Accademie o Scuole di Teatro.

numero di partecipanti: 20 allievi professionisti e 10 uditori selezionati su concorso

durata triennale per tre moduli di 7 settimane ogni anno

1° modulo: 6 dicembre 2010 – 30 gennaio 2011

2° modulo: 22 agosto 2011 – 8 ottobre 2011

3° modulo: estate 2012

MODALITÀ DI SELEZIONE:  selezione di accesso per curriculum e attraverso seminari preparatori.

seminari preparatori: Venezia, 27-31 marzo 2010 e 10-14 novembre 2010

frequenza: tempo pieno in residenza a Venezia

numero di docenti: Anatolij Vasiliev e 4 docenti collaboratori

lingue utilizzate: russo-inglese-italiano con interpreti

Il grande maestro russo accompagnerà un gruppo di giovani docenti in un percorso triennale di trasmissione pedagogica a forte impronta e responsabilità individuale. Il concorso iniziale per curriculum e seminario d’accesso permetterà un livello qualificato di selezione. Il corso vedrà la presenza continua del maestro, che verrà accompagnato nel tempo da altri docenti di discipline complementari da lui stesso scelti nell’ambito di un percorso mirato al massimo arricchimento culturale, tecnico ed umano. Il metodo di lavoro, come è consuetudine nella pedagogia di Anatolij  Vasiliev, sarà attivo ed in ensemble. Ogni allievo sarà attuatore prima che insegnante e attraverserà in forma esperienziale le fasi dell’accompagnamento alla pedagogia della scena. La residenzialità a Venezia presso il Crt garantirà il massimo di concentrazione intorno al lavoro; la ripetizione nel tempo la durata necessaria ad un reale processo di qualificazione.

Bando su:

WWW.SCUOLECIVICHEMILANO.IT

WWW.ESPERIENZE-GIOVANIATEATRO.IT

PER INFORMAZIONI

Scuola d’arte drammatica Paolo Grassi
Via Salasco 4 20136 Milano
Adriana Manganiello , Emanuela Borzacchiello, Valentino Leone Tel. 02 58302813
pedagogia.teatro@scmmi.it
Fondazione di Venezia
Rio Novo, Dorsoduro 3488/u 30123 Venezia
Valentina Bortoli Tel. 041 2201934
v.bortoli@euterpevenezia.it
 

Una casa per i docenti del teatro

 

L’Isola della Pedagogia è una opportunità di incontro e studio per i docenti e gli educatori teatrali: un tempo ed un luogo a loro disposizione per approfondire la più importante e sottovalutata di tutte le arti, quella della educazione all’arte.

È da questa “arte madre” della trasmissione dei saperi e delle esperienze infatti che dipendono il futuro e ogni speranza di rinnovamento dei talenti e dei linguaggi.

Nella scuola italiana, la formazione delle capacità “pedagogiche” dei docenti non è mai stata una questione di interesse principale; in fondo si ritiene che basti sapere per sapere insegnare. La cultura teatrale italiana poi, per molti motivi, non ci ha trasmesso un metodo e non ha una tradizione nè un sistema pedagogico coerenti e condivisi.

L’Isola della Pedagogia è quindi un progetto che vuole dare un piccolo contributo ad affrontare una carenza strutturale del sistema teatrale italiano: il lavoro dei docenti ha una notevole influenza su di esso, eppure per la pedagogia non esistono scuole.  Esistono ovviamente antichi saperi, la maggior parte dei quali non autoctoni e quindi appresi attraverso differenti passaggi e traduzioni, ma non il tempo e il luogo l’apprendimento dei modi della loro trasmissione critica.

Un insegnante, nel bene e nel male, lascia sempre una forte scia dietro di sé; e se affronta con responsabilità il suo compito oggi può farlo solo attraverso un forte investimento su se stesso, spesso andando a studiare all’estero o privatamente e mettendo poi a disposizione degli altri la propria esperienza. In materia di pedagogia si è di fronte a un paradosso: quello che è il ruolo nevralgico e di maggiore responsabilità del sistema è il più sotto determinato. In un sistema dove tutti si proclamano con grande facilità insegnanti, difficilmente si investe nella lenta arte del “futuro”, in azioni che mirino ad un risultato di “seconda generazione” quale è quello atteso dalla qualificazione dei pedagoghi.

Le azioni identificate dall’Isola della Pedagogia, non sono ovviamente sostitutive rispetto alle istituzioni scolastiche, ma di innesco in due direzioni concrete: 1) avviamento alla formazione formatori, 2) riflessione, ricerca, sperimentazione sui metodi pedagogici.  Essendo i metodi esistenti spesso in contraddizione con le possibilità concrete spazio-temporali in cui vengono attuati, questa riflessione deve necessariamente aprire il proprio sguardo sulle circostanze organizzative e sui reali spazi che socialmente vengono determinati alla formazione.

Maurizio Schmidt

 


Per concessione del Premio Europa per il Teatro

Alcune riflessioni

La necessità di questo progetto deriva da uno sguardo attento al sistema teatrale. Il processo di integrazione europea, le variazioni professionali richieste dal mercato, la ciclicità intrinseca ai sistemi culturali richiedono ai vecchi saperi della scena di applicarsi a nuovi linguaggi, nella necessità dell’emersione di nuovi soggetti e nuovi contesti teatrali. Tutto chiama ad un ricambio, che sia non solo generazionale, ma anche qualitativo; e il ruolo della pedagogia assurge così ad una importanza nuova in queste circostanze.

Sta cambiando il mercato del lavoro, ma sta cambiando sensibilmente anche il mercato dello studio.  Oggi in Italia nel teatro viviamo un paradosso: vi è più offerta di formazione che domanda di formazione, proprio laddove poi nel mercato vi è più offerta di lavoro che domanda di lavoro. I potenziali allievi si affacciano così su un “mercato dello studio” dove spesso i valori sono irriconoscibili e poi, dopo il diploma, su un “mercato del lavoro” che è per buona parte in una situazione di stallo, di risorse scarse, di privilegi acquisiti.

E’ diffusa la sensazione che non ci siano più maestri, o che quelli che ci sono non trasmettano i propri saperi; addirittura che ci sia una diffusione di falsi maestri o di maestri poco qualificati.

Il tema della pedagogia teatrale, come ci è stata trasmessa dal 900 è ovviamente più complesso di queste affermazioni generiche. Certamente veniamo da un secolo in cui la tripartizione dei ruoli del teatro: ATTORE/ REGISTA-DRAMMATURGO / PEDAGOGO è stata attraversata in tutti i sensi. Frequentemente la funzione pedagogica è coincisa con la figura del regista all’interno dei gruppi che hanno segnato le grandi esperienze innovative del ‘900; così come, nelle accademie, spesso è coincisa con la figura di un teatrante disoccupato che fa, con gli studenti, un secondo lavoro.

Certamente si può in termini generali dire questo: se è vero che per il ruolo dell’attore e del regista è riconosciuta la necessità di un talento individuale, di un tempo di studio e di un curriculum di sviluppo professionale, la stessa cosa non si può dire per il mestiere del pedagogo.

Eppure la funzione pedagogica richiede certamente una dose di talento specifico che non coincide necessariamente con quello richiesto per gli altri due ruoli. Richiede certamente maggiori competenze, maggiore studio e soprattutto maggiore tempo. Il tempo richiesto per la formazione di un maestro è doppio, triplo rispetto a quello richiesto dagli altri due ruoli. Forse è per questa complessità ed intrinseca antieconomicità che il “nascere” al mestiere di pedagogo è stata negli ultimi decenni casuale, determinato solo dall’investimento di alcuni individui su se stessi. Non esistono corsi strutturati di pedagogia teatrale, ma solo saltuarie esperienze di trasmissione magistrale – alcune anche di eccezionale valore – nelle quali al valore teatrale si aggiunge giocoforza quello pedagogico.

Eppure la cosa più importante da dire in proposito è quella che segue: un buon pedagogo può influenzare il sistema teatrale come nessuno degli altri due ruoli. L’influenza di un buon pedagogo è – come dire – “al cubo” rispetto a quella di un artista. Da una esperienza di trasmissione magistrale possono derivare teatri, spettacoli, attori, movimenti artistici… Tutta la storia dell’ultimo secolo su questo punto è molto chiara.

Quindi parlando di pedagogia teatrale e formazione dei formatori ci affacciamo su un paradosso: quello che è il ruolo nevralgico del sistema è il più sottodeterminato.

Il sistema teatrale italiano investe abbastanza su azioni di qualificazione del ricambio generazionale a breve termine; ma poco sulle azioni a più lungo termine che mirino ad un risultato di “seconda generazione” quale è quello atteso dalla qualificazione dei pedagoghi.

Alcune domande

Si può insegnare la pedagogia?

La risposta forse è: tanto quanto l’arte dell’attore e del regista. Vi sono elementi trasferibili in quanto “scientifici”, vi sono elementi che devono svilupparsi in libertà in quanto espressione di talento e di genio: cosa che però può avvenire solo se ci sono un luogo ed un tempo a disposizione.

Si può insegnare la pedagogia senza la pratica con degli allievi?

Certamente no. Ma chi darebbe in mano i propri allievi a degli apprendisti pedagoghi? I primi “allievi” dovrebbero essere gli allievi pedagoghi stessi…

Si può organizzare uno studio della pedagogia teatrale impostandolo su dei giovani alle prime armi, quali sono quelli che frequentano le scuole di teatro? Altrettanto certamente no: la vocazione alla pedagogia non può che costituire una fase avanzata dell’incontro con il teatro.

E allora: come può essere possibile coniugare formazione avanzata per soggetti già attivi nel sistema con continuità e tempo dell’insegnamento? E ancora: come risolvere il problema dell’economia “di lusso” della formazione alla pedagogia?

E’ evidentemente molto costoso investire su un numero limitato di talenti per una formazione che richiede a lungo dei maestri di primissima fila. Nel sistema teatrale italiano latitano gli ammortizzatori sociali esistenti al proposito in altri sistemi europei; né è percorribile la strada del “cofinanziamento con l’azienda” (tipica dell’Alta Formazione in altri ambiti), né si può immaginare in questo caso un sistema di autofinanziamento: gli allievi non potrebbero essere che pochi, la cifra di iscrizione esorbitante, le possibilità di accesso impari e immediata la caduta di qualità del processo didattico.

E’ un problema complesso che è giusto analizzare senza remore. L’alta formazione riguarda quegli anelli della catena professionale che sono i più deboli perché agli inizi di una difficile carriera; sono, in buona parte, quei giovani (non più giovanissimi) su cui la collettività ha già investito offrendo loro la frequentazione delle accademie sovvenzionate. Oppure talenti già affaticati da un tragitto di auto-formazione molto onerosa. Tali investimenti rischiano di non andare a buon fine senza un ulteriore step formativo: però la comunità (almeno in Italia) ritiene che questo step non possa essere di propria competenza. L’Alta Formazione è quindi, contigua allo sperpero delle risorse pubbliche immateriali: a meno di poter realizzare un ulteriore investimento che può far tornare indietro raddoppiato il capitale umano ed economico investito.

Ma chi può essere il soggetto o i soggetti che si fanno carico di questo problema sociale?

Per ora l’impossibilità di rispondere a queste domande crea in Italia la semplice elusione del problema. Tutti sono maestri e nessuno è maestro. Tutti gli allievi – sul libero mercato – sono in qualche modo cavie di un processo di autoapprendimento di possibili maestri del futuro. Didattica e Pedagogia risultano indistinguibili. Tanti sono i seminari di alta formazione, ma nessuno abbastanza lungo da lasciare una traccia. A tutti i livelli si trovano corsi di teatro e parateatro. Vi è molta ricchezza di esperienze, moltissimi talenti all’opera, diplomi e certificazioni di ogni genere…

Ma nessun tempo per insegnare ad insegnare e ad apprendere a far apprendere.

Eppure, parafrasando una famosissima frase, si potrebbe affermare che “l’arte più importante, per noi artisti, è la pedagogia”. E’ l’arte della trasmissione delle arti, l’’arte-madre da cui dipende il futuro, la continuità dei saperi, il rinnovamento generazionale e, nel lungo periodo, l’emersione dei nuovi linguaggi artistici.

La finalità di questo progetto è quella di creare per il teatro un luogo ed un tempo dedicato a questa lenta arte “del futuro”, sotto la guida di un grande maestro.

Lo schema di una proposta

Da riflessioni e domande disarticolate come le precedenti, nasce l’idea di creare un progetto che dia tempo ad una strategia di medio e lungo periodo per ciò che attiene la formazione formatori del teatro italiano ed europeo. Si propongono due livelli di intervento:

1)     l’investimento ad alto livello di qualità in un progetto triennale per qualificare la formazione di un gruppo di giovani docenti in parte identificati da accademie teatrali italiane ed europee (e già operanti all’interno delle loro strutture) e in parte talenti identificati per bando

2)     la prospettiva di accompagnare la ricaduta sui territori di origine del lavoro dei giovani docenti attraverso una serie di azioni successive identificate in corso d’opera

L’iniziativa nasce dalla collaborazione congiunta di un ente prestigioso come la Fondazione di Venezia e di una istituzione pedagogica come la Scuola d’arte drammatica Paolo Grassi; si sviluppa nell’obbiettivo della massima ricaduta sul territorio veneto di una tale esperienza e nella fiducia di coniugare il carattere europeo delle provenienze degli allievi e dei docenti con l’affascinante vocazione internazionale della città di Venezia.

Maurizio Schmidt

Fondazione di Venezia

Scuola d’arte drammatica Paolo Grassi

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