VASIL’EV E IL POTERE DELLA PAROLA di Raissa Raskina

Uno degli scogli principali che incontra la prassi pedagogica di Anatolij Vasil’ev in Europa è rappresentato dal problema linguistico. Non sono poche in Russia le persone della sua generazione che non padroneggiano lingue straniere, e ciò si spiega in buona parte con l’isolamento nel quale si è vissuto fino alla caduta del muro di Berlino. L’assenza poi di una spiccata propensione per l’apprendimento di lingue straniere fa sì che Vasil’ev svolga il suo insegnamento solo in russo, costretto a ricorrere alla mediazione di un interprete. Eppure, una lunga esperienza pedagogica in Europa (più continuativa in Francia, più rapsodica in Italia), nonché diverse messinscene realizzate all’estero – tra Ungheria, Francia e Grecia – sembrano, in compenso, aver sviluppato in Vasil’ev una straordinaria capacità di comprendere ciò che accade in scena anche senza padroneggiare il significato delle singole frasi. Come se l’azione, cioè la dinamica interna al processo di recitazione/vita che coinvolge l’attore, e che solitamente rimane celata dietro la facciata del testo, fosse agli occhi di Vasil’ev sempre posta in primo piano. Questa capacità di leggere ciò che avviene in scena pur non capendo i discorsi pronunciati – capacità che ho avuto modo di constatare molte volte – è anche il risultato della pluriennale ricerca condotta dal maestro nell’ambito del teatro «verbale» e musicale. Al centro di questa ricerca sperimentale si trova la parola (nel verso e nel canto) utilizzata dall’attore come principale canale energetico dell’azione. Una lunga indagine sul potere del linguaggio umano, sulla capacità di «fare cose con le parole» pone quindi Vasil’ev in un rapporto privilegiato con questo ambito. La mediazione dell’interprete nel rapporto pedagogico impedisce purtroppo agli allievi di apprezzare appieno la forza attiva della parola di Vasil’ev, il suo linguaggio essenziale e incisivo. Tradurre il maestro è un compito difficile se appena si vuole far arrivare questa forza agli ascoltatori. Nella traduzione consecutiva capita, ad esempio, di non afferrare subito «dove va a parare» Vasil’ev, e così l’interprete è tentato di «spiegarlo», di anticipare le proprie ipotesi di senso. Il discorso del regista, però, prende molto spesso una direzione contraria al senso comune, eludendo ogni aspettativa. Si rischia quindi, presi dall’inutile ansia di agevolare a ogni costo la comprensione, di fare danni. Infine, ma non meno importante, c’è il problema che riguarda la terminologia utilizzata da Vasil’ev nell’insegnamento del metodo. Il suo lessico professionale, pur essendo di derivazione principalmente stanislavskiana, rispecchia tuttavia il radicale ripensamento al quale egli ha sottoposto il «sistema». Di conseguenza, alcuni termini italiani ormai universalmente accettati quando si parla del «sistema Stanislavskij», come «circostanze date», «obiettivo», «evento», subiscono leggere ma non innocue modifiche, diventando «circostanze proposte», «scopo», «avvenimento» e così via. Dietro questi quasi impercettibili slittamenti semantici si cela una precisa visione della tecnica drammatica. Un esempio: per Vasil’ev è più opportuno parlare di «avvenimento di partenza» anziché di «evento iniziale». «Avvenimento di partenza» rende meglio l’idea di esodo, cioè di una situazione dalla quale il personaggio esce, lasciandosela alle spalle, mentre il più tradizionale «evento iniziale» evoca una situazione nella quale si sta per entrare. Ultimamente, Vasil’ev chiede di tradurre la frase «analizzare il testo» come «smontare il testo», perché il termine «analisi» rischia di dar luogo a una chiacchiera intellettuale, magari molto sagace e sofisticata, ma che ha poco a che vedere con quel che l’attore dovrà fare in scena. La prima fase del lavoro consiste proprio nel ricercare all’interno del testo elementi utili per innescare l’impulso ad agire. Si tratta quindi di un’analisi condotta in tutto e per tutto in vista dell’azione. Il passo successivo sarà quello di andare in scena per esplorare in prima persona, attraverso un’étude (studio improvvisato, schizzo), le circostanze in cui si trova il personaggio. Questa fase consiste nell’analisi mediante l’azione. La traduzione efficace della terminologia utilizzata da Vasil’ev nell’insegnamento del metodo del dejstvennyj analiz (tradotto in francese come analyse-action, cioè «analisi-azione») acquista così un’importanza cruciale dal momento che le parole interagiscono con l’organo più sensibile dell’attore: la sua immaginazione.

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