L’ARTE PAZIENTE DI INSEGNARE di Alessio Bergamo

Mi è stato Chiesto di scrivere un articolo di taglio aneddotico, ricordando episodi legati alla pedagogia di Anatolij Vasil’ev. Ci sto provando, ma… è curioso: nonostante l’abbia affiancato come assistente in diversi progetti pedagogici (Io sono un gabbiano – Volterra 1991, Ciascuno a suo modo – Roma/Mosca/Roma 1991-1993, Menone e Ione – Fagagna 1995, Il giocatore – Fagagna, Roma, Parigi, Bruxelles, Mosca 1997, Tre sorelle – Roma 2004) e l’abbia visto dall’esterno lavorare con i suoi allievi a lungo e in diverse occasioni (a Mosca tra il 1993 e il 1994, a Taormina nel 1995, a Volterra nel 1996 e 1997… mi sembra, vado un po’ a memoria) non riesco a ricordare episodi particolari. Certo, sono stato testimone di alcune «furbizie» pedagogiche. Ricordo, ad esempio, un suo espediente per ottenere dall’allieva un risultato che da sola stentava a produrre. Non riuscendo a far sì che lei colorasse una battuta a partire da uno stato d’animo di ribellione alla costrizione, la prese per le gambe, le disse di provare a liberarsi, non la mollò per qualche decina di secondi e, dopo, le disse di mettere questo stato d’animo nella battuta. L’espediente funzionò. Di momenti del genere ne ricordo anche altri, ma innanzitutto sono stati assai pochi e poi penso non valga la pena di soffermarcisi: mi sembra, infatti, che se lo facessi farei un torto alla realtà. Perché la cosa che salta agli occhi, piuttosto, è l’assenza di tali scorciatoie, la decisione di non intraprenderne alcuna per arrivare al risultato desiderato. Insomma la cosa che veramente si affaccia per prima alla memoria, pensando al Vasil’ev pedagogo, non è qualche trucco particolare, quanto un’attitudine di lavoro che, ai non iniziati, potrebbe sembrare un’assenza di strategia; e cioè la sua sconfinata (e a volte soffertissima) pazienza. Questa pazienza è a volte sconvolgente, per chi gli sta a fianco. Anche perché Vasil’ev (l’ho compreso solo da una decina di anni mentre prima non sempre lo capivo) si è messo molte volte pesantemente a rischio aprendo al pubblico i lavori dei suoi allievi. Infatti pochi, e non sempre, riescono a cogliere la differenza esistente tra uno spettacolo, frutto di un lavoro di messinscena, e una performance che conclude un percorso pedagogico. A volte, dal punto di vista dello spettatore, è anche comprensibile che non si faccia questo tipo di distinzione. Talvolta, dirò di più, Vasil’ev stesso è rimasto così attratto dal tipo di risultato che veniva fuori da un lavoro che cresceva spontaneamente, in base alle forze creative degli allievi, da confondere i due piani e rinunciare deliberatamente a quella funzione della regia che Nemirovič- Dančenko chiamava «il regista organizzatore dello spettacolo». Vasil’ev descrive apertamente questa scelta in un suo articolo (Il teatro naturale, pubblicato poi nel suo libro A un unico lettore). Ma le due cose, spettacolo che chiude un percorso di messinscena e performance che conclude un processo pedagogico – se la pedagogia è profonda, onesta e basata sulla maieutica, come quella che pratica Vasil’ev – sono sostanzialmente differenti. Quindi se devo ricordarmi episodi si tratta di rinunce all’azione; di atti di sopportazione; atti e rinunce eroiche, a dire il vero. Capacità di aspettare molto a lungo, senza intervenire mai, attori pèrsisi in improvvisazioni interminabili e assolutamente inappropriate. Capacità di soffrire senza intervenire, con il viso che diventa terreo e i muscoli che si contraggono, mentre questa stessa cosa capita davanti agli spettatori (è successo anche questo). Capacità, mi ricordo, di non scomporsi, di non farsi saltare i nervi e di rispondere e spiegare con calma quando produttori di costosi e impegnativi progetti pedagogici internazionali, venuti a vedere come procedevano le cose e trovatisi davanti ad una tappa ancora farraginosa del lavoro, gli ponevano domande caute ma chiaramente preoccupate e pressanti cercando di avere indicazioni e rassicurazioni sull’esito finale. Detto questo, però, non vorrei dare l’impressione di un lavoro fatto di sofferenza, di un Vasil’ev capace solo di pazientare. Perché la sua pazienza non è «a prescindere», è indirizzata, è basata sul fatto che sa cosa bisogna attendere e cosa bisogna fare prima di mettersi ad aspettare. E, soprattutto, perché sa qual è la ricompensa per questa attesa. Infatti poi i risultati arrivano, si rendono manifesti, esplodono sulla scena e lì provocano eccitazione, gioia, adrenalina, non meno di uno spettacolo, anzi assai di più direi, se penso alla mia esperienza. Ma andiamo per ordine. L’approccio alla pedagogia di Vasil’ev, una volta selezionato il gruppo, è fatto di un’alternanza tra lavoro «a tavolino» (anche se in genere il tavolo non c’è) – durante il quale fornisce agli allievi indicazioni generali (sull’arte dell’attore, sul processo scenico), particolari (sul testo che si sta affrontando) e di analisi di quanto viene fatto sul palcoscenico – e lavoro in scena, durante il quale gli allievi mostrano delle scene e lui osserva. Questo alternarsi di pratica scenica e analisi «a tavolino» segna il ritmo del processo pedagogico diretto da Vasil’ev. La prima è di totale pertinenza degli allievi, che preparano le scene tra loro in totale autonomia (seppure ispirandosi, ovviamente, a quanto è stato detto loro dal maestro), e poi vanno sul palco e, agendo in improvvisazione, le mostrano a lui e agli altri compagni. L’analisi di quello che succede in scena è di pertinenza di Vasil’ev. Così, tentativo dopo tentativo, imparando a cogliere le sue indicazioni, l’allievo trova da solo la sua strada. Va detto che da quando ho conosciuto Vasil’ev, personalmente non l’ho mai visto avere a che fare con principianti assoluti: in genere sceglie persone magari anche giovani che però hanno già alle spalle una formazione teatrale. Il lavoro, quindi, ristruttura approcci già esistenti e, soprattutto, sensibilità ed esperienze che già esistono. Interviene insomma quando alcuni problemi basilari relativi alla presenza scenica (voce, attenzione, ecc.) sono già stati affrontati dall’attore (il che non significa che siano stati risolti). Forse è proprio perché si tratta di attori che non bisogna guidare alle primissime esperienze, che da subito Vasil’ev affronta il lavoro dell’attore nella sua complessità, quando già tutti i diversi fili sono intrecciati e presentati in scena in questo loro aspetto complesso. Paradossalmente, nonostante l’apparente semplicità, o forse proprio in forza di essa, si tratta di un processo di complicazione e ricchezza estreme. La ricchezza e la complicazione sono date proprio da questo affrontare i problemi della performazione quando si presentano all’attore così, tutti insieme, tutti intrecciati tra loro, con l’enorme difficoltà che comporta per lo strumento-attore riuscire a dipanarli dentro di sé, distinguerli e capire su quali agire, quali siano quelli principali, quelli che si tirano appresso gli altri.  Vasil’ev fa questo con una metodicità, una chiarezza, un gusto del paradosso, una ricchezza di immagini, uno humour straordinari. E straordinari non perché semplicemente affascinanti, ma perché incredibilmente efficaci. Spesso nella pratica mi tornano in mente a distanza di anni immagini da lui fornite per spiegare questo o quel fenomeno del processo teatrale. Se mi fermo a cercare di ricordarmele mi investono a centinaia. Alcune estremamente gustose: lo scorso febbraio, ad esempio, analizzando la scena di due allievi, diceva loro che per scappare l’uno dall’altro bisogna prima andarsi incontro. Che due cani prima di giocare a rincorrersi devono prima annusarsi e che quella che avevano fatto loro era invece la scena di un pechinese che scappava da un cane lupo che lo voleva sbranare. Alcune paradossali: come quando paragonò l’attore ad una macchina che più si muove, più riesce a trasformare benzina in energia cinetica, più ha il serbatoio pieno. Altre di una schematicità cartesiana. Altre intrise di quel gusto per il realismo fantastico che è una cifra di molti dei suoi spettacoli. Molte, molte… che però al di fuori del loro contesto e di un’approfondita spiegazione, non ha senso citare (perderebbero di efficacia!). Tutte però capaci di coniugare la chiarezza scientifica, la sistematicità metodologica, l’impostazione da chimico organico (ché tale è Vasil’ev per sua prima formazione) con la poesia, con la fantasia, con la libertà creativa, con l’intuizione, con la dimensione spirituale. Una combinazione estremamente feconda e affascinante.

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